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Apple, prezzi delle app gonfiati: dalla Corte Suprema via libera alla class action

apple corte suprema

Per Apple la decisione della Corte Suprema potrebbe innescare delle conseguenze pesanti nel futuro. La decisione dell’Alta Corte Usa praticamente dà ai i clienti iOS, che effettuano acquisti dall’Apple Store, la possibilità di procedere con una class action contro l’eventuale posizione di monopolio dell’azienda che userebbe per gonfiare i prezzi delle app all’interno del proprio market. La notizia ha del clamoroso anche per il fatto che la Corte Suprema con questa sentenza praticamente ribalta il principio che venne sancito nel celebre precedente conosciuto come “Illinois Brick”, del 1977, secondo cui i clienti indiretti non hanno la possibilità di presentare cause antitrust. La decisione contro Apple quindi ribalta tutto e mette l’azienda guidata da Tim Cook a rischio di una serie di class action. Di recente era stata proprio Spotify a presentare un esposto alla commissione Usa antitrust sottolineando l’atteggiamento da “monopolista” del colosso di Cupertino.

La decisione della Corte Suprema per Apple potrebbe trasformarsi in una pesante sconfitta per le conseguenze che la stessa potrebbe provocare. Confermando una precedente sentenza del contenzioso “Apple vs Pepper” della Corte d’Appello, con una votazione di 5 contro 4 la Corte Suprema conferma la linea di principio secondo cui i clienti iOS che acquistano app dall’App Store possono dare vita a delle class action per prezzi troppo alti. Si tratta di una sentenza che rappresenta la “fase iniziale” del caso – non vi è una definizione di “monopolista” riferito ad Apple da parte dell’Alta Corte – ma si tratta comunque di una sentenza che potrebbe dare vita a battaglie legali da parte di tanti clienti che potrebbero fa valere le proprie ragioni con class action citando Apple per il suo ruolo da monopolista.

La particolarità di questa sentenza è che la stessa ribalta un principio, conosciuto come “Illinois Brick”, in riferimento ad un precedente storico del 1977, secondo cui i clienti indiretti di un’azienda non possono avanzare cause antitrust. Un principio attorno al quale Apple credeva di potersi trincerare, mentre l’Alta Corte ha invece deciso nella maniera opposta.

Cosa sosteneva Apple nel contenzioso? La questione è sempre la stessa, ed è quella recentemente sollevata anche da Spotify che ha presentato un esposto alla commissione antitrust per via dell’atteggiamento della mela considerato “monopolista”. Apple, ai clienti iOS che acquistano app all’interno dell’App Store, richiede una maggiorazione del 30 percento agli sviluppatori che poi, a loro volta, trasferiscono ai loro clienti. Il colosso di Cupertino ha da sempre sostenuto che quei clienti fossero “indiretti”, cioè sono della società dell’app che acquistano, usando come tramite l’App Store. Un principio che è stato ribaltato dalla sentenza della Corte Suprema che, invece, ha stabilito che quei clienti sono invece “acquirenti diretti”.

Le conseguenze per Apple potrebbero essere pesanti, nel caso in cui si dovesse trovare nella situazione di perdere eventuali cause contro clienti che ritenessero di aver pagato troppo per un’app. Intanto la conseguenza diretta è che il titolo ha Wall Street perde oltre il 5%. Anche se si tratta di un vero “lunedì nero” per tutti i titoli tech, che fanno segnare il segno meno.

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