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Il marito muore, la moglie batte Apple in aula per accedere alle foto della figlia sul suo iPhone

Il marito non c’è più, ma la moglie potrà ugualmente accedere al suo iPhone per recuperare le foto della figlia di 6 anni memorizzate all’interno. Si è conclusa così la vicenda di Rachel Thompson, quarantaquattrenne londinese che negli ultimi anni si è battuta in tribunale contro Apple per il diritto di rimettere mano su ricordi rimasti blindati nella memoria protetta da password del telefono del congiunto: dopo una battaglia durata tre anni una sentenza ha ingiunto alla società di ripristinare l’accesso al dispositivo senza cancellarne il contenuto.

La vicenda ha avuto inizio nel 2015, quando il marito di Rachel si è tolto la vita. Mesi dopo, nel tentare di recuperare i ricordi di famiglia custoditi all’interno del telefono del marito, la moglie ha scoperto di non potervi più avere accesso: la sua impronta digitale regolarmente memorizzata non era sufficiente a sbloccare il gadget, che essendosi spento chiedeva il consueto codice di accesso che però lei aveva scordato. È stato a quel punto che Rachel si è rivolta all’assistenza Apple, incontrando però un muro: i tecnici della società non hanno infatti l’autorizzazione a procedere allo sblocco forzato di un dispositivo che non appartenga a chi fa la richiesta, mentre risalendo la catena di comando la risposta di Apple è stata che, senza la sentenza di un giudice che la istruisse in tal senso, la società non poteva procedere. Così è poi stato: al termine del contenzioso la signora Thompson ha ottenuto il diritto di accedere ai contenuti del telefono del marito defunto, incluse 4.500 foto e 900 video che aiuteranno anche la figlia – ora di dieci anni – a ricordarsi del padre e rivivere i ricordi di quel periodo.

Quello dell’accesso ai dispositivi di parenti e defunti è un problema che Apple (e in generale le aziende tecnologiche) si trovano a dover affrontare sempre più spesso. Da una parte questi soggetti non possono affidare i dati sensibili contenuti all’interno di account e dispositivi dei propri utenti e clienti a chiunque ne chieda l’accesso – anche se si tratta di persone care: per evitare implicazioni legali serve per lo meno una dichiarazione scritta preventivamente dall’interessato. Dall’altra parte i metodi di archiviazione delle informazioni digitali hanno ormai sostituito quelli tradizionali, ma c’è ancora poca consapevolezza dell’importanza che può avere conoscere una password o acconsentire ai propri cari di prendere le redini della propria identità online dopo la morte. Lo stesso marito di Rachel Thompson del resto non ha mai specificato esplicitamente che tipo di accesso altre persone dovessero avere ai suoi dispositivi e account dopo la sua dipartita, e il caso si è risolto solo in virtù della relazione che legava i due in vita, nonostante si fossero recentemente separati.

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