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Se fai queste 6 cose su WhatsApp rischi di finire in prigione

Applicazione più scaricata del mondo, presente su miliardi di smartphone ed utilizzata da centinaia di migliaia di persone, WhatsApp è diventato il fulcro di un nuovo modo di comunicare, al punto dal poter essere definita quasi come un bene di primaria importanza per i cittadini che, ormai da anni, hanno preferito mettersi in contatto con i propri cari e i propri amici sfruttandone al massimo le potenzialità. Ma così come è accaduto per Facebook, anche WhatsApp è diventata terreno di scontro per numerose battaglie legali e tutti gli aspetti legati alla celebre applicazione per la messaggistica istantanea sono altrettanto insidiosi.

Insomma, nonostante in molti siano convinti che la crittografia end-to-end, un particolare sistema di criptaggio dei messaggi che rende “illeggibili” a terzi i dati condivisi tra due smartphone, renda possibile qualsiasi tipo di uso di WhatsApp, è importante ricordarsi che la legge vale per tutti e per tutte le piattaforme. E per fare chiarezza sull’argomento abbiamo chiesto l’aiuto della Dr.ssa Fabiola Silvestri, Dirigente del Compartimento della Polizia Postale e Comunicazioni di Piemonte e Valle d’Aosta, con la quale abbiamo analizzato sei dei casi più pericolosi, illegali e frequenti che potrebbero nascere da un uso improprio di WhatsApp.

“Si è riscontrato, in particolare tra gli utenti più giovani, un utilizzo spesso improprio della chat, consistente nella creazione di gruppi in cui viene diffuso materiale la cui mera detenzione implica la commissione di reati. Si tratta di materiale pedo-pornografico, ossia immagini e video di carattere sessualizzato che vedono rappresentati minori” – ha spiegato la Dr.ssa Silvestri – “Accade di frequente inoltre che il materiale pedo-pornografico sia accostato a immagini di tipo ‘gore’ o ‘splatter’, ossia dai toni di esasperata violenza rivolta anche verso soggetti deboli come appunto i minori”.

1. Le responsabilità degli amministratori dei gruppi di WhatsApp

Che negli ultimi anni gli amministratori dei gruppi nei social network stiano avendo sempre più responsabilità è un dato di fatto. L’abbiamo visto su Instagram e Facebook e su WhatsApp la realtà è la stessa: gli amministratori dei gruppi possono essere rintracciati e denunciati, quando viene scoperto che qualsiasi membro del gruppo promuove attività illegali.

“L’attività investigativa della Polizia Postale è rivolta proprio all’individuazione sia degli amministratori che dei partecipanti ai gruppi” – ci ha spiegato la Dr.ssa Fabiola Silvestri – “Ciascuno di questi potrebbe incorrere nella commissione di vari reati tra i quali ad es. la diffamazione e le minacce, stante il fatto che tali gruppi sono spesso utilizzati per commentare fatti d’attualità che suscitano grande fervore. Le tecniche forensi che negli anni sono state sviluppate consentono di ricostruire in modo analitico lo storico delle attività di ogni singolo utente definendo di conseguenza i singoli profili di responsabilità”.

Qualora si fosse stati aggiunti involontariamente in una chat di tale tenore, continua la Dr.ssa, “Il consiglio è di segnalare immediatamente l’evento alle autorità”. Inoltre, per evitare che ciò accada, potrebbe essere utile bloccare gli inviti ai gruppi di WhatsApp, tramite una procedura da poco disponibile nell’app per i messaggi gratis.

2. Condivisione di clip pornografiche

Vendette, cyberbullismo, ricatti. Tutte piaghe sociali che, spesso, corrono sugli smartphone con WhatsApp, tra risate e drammatica indifferenza. Ma tra le più crudeli pratiche spiccano decisamente quelle delrevenge porn e della condivisione di clip pornografiche all’insaputa del proprietario (o della proprietaria) del video. Una pratica decisamente illegale e che diventa più grave qualora si si trattasse di materiale pedo-pornografico.

“La normativa di riferimento è l’art. 600 quater c.p che contempla l’arresto facoltativo per il caso di detenzione di ingente quantitativo di materiale pedo-pornografico, implicante ossia la presenza di minori coinvolti in atti sessali” – ha sottolineato la Dr.ssa – “La sola detenzione di materiale pornografico, riferibile ad adulti, non comporta commissione di reato. È invece penalmente rilevante la diffusione di immagini o video di nudo di persone non consenzienti: in tali casi è ravvisabile una diffamazione o, nelle circostanze più gravi, il nuovo reato di porn revenge introdotto dalla L.69 del 2019″.

3. Le molestie su WhatsApp

La domanda che abbiamo posto alla Dr.ssa Silvestri è chiara: può una persona, di qualsiasi genere, denunciare alla Polizia Postale di essere molestato/a su WhatsApp? Quali possono essere le conseguenze di chi molesta?

“Nel caso di molestie realizzate tramite qualsiasi strumento, anche virtuale come WhatsApp, la vittima può formulare querela per il reato di cui all’art. 660 c.p.” – ci ha spiegato la Dr.ssa Silvestri – “Il responsabile va incontro ad una pena dell’arresto fino a 6 mesi o dell’ammenda fino a 516 €. In casi più gravi ove la condotta acquista i caratteri della serialità potrebbe essere integrato il reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p.”.

4. Creazione di un account WhatsApp a nome di qualcun altro

Uno dei fenomeni più diffusi su WhatsApp, su Facebook e su Instagram, è la creazione di account fake a nome di terzi. Persone, tra l’altro, del tutto inconsapevoli dell’accaduto e che spesso vengono immischiate in casi di stalking o cyberbullismo. Una vera e propria sostituzione di persona, severamente punita anche in casi “virtuali”: “Si tratta di un fenomeno che rileviamo di frequente soprattutto quando vengono trattati casi di cyber-stalking o di cyber-bullismo in cui l’obbiettivo del responsabile è aggredire proprio l’identità della vittima rimanendo anonimo, talvolta celandosi dietro profili falsi. Il reato in questo caso è la sostituzione di persona, previsto dall’art. 414 c.p.”.

5. Condivisione di messaggi di odio contro religioni o gruppi etnici

Il cosiddetto “hate speech” è un altro fenomeno che la Polizia Postale monitora nel quotidiano con particolare attenzione: oggi significa soprattutto linguaggio discriminatorio, razzista ed in alcune circostanze anche antisemita. “I profili di rilievo penale riguardano in particolare l’istigazione a delinquere di cui all’art. 414 c.p” – sottolinea il Dirigente della Polizia Postale – “Più nello specifico la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa previsto dall’art. 604 bis c.p. introdotto di recente dal legislatore”.

6. La condivisione di fake news

Decisamente più diffuso degli altri casi-tipo trattati nel corso dell’intervista, le conseguenze della consuetudine della condivisione delle fake news sono spesso sottovalutate. E a fare il punto della situazione è proprio la Dr.ssa Silvestri che spiega come “Questo comportamento può integrare il reato di diffamazione in particolare quando viene lesa la reputazione di terzi. In casi più gravi, la fake news potrebbe addirittura incidere sulla sicurezza pubblica comportando per il responsabile la commissione di reati quali il procurato allarme presso l’autorità o la pubblicazione notizie false atte a turbare l’ordine pubblico”.

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